IL RACCONTO DI CARLO, LA STORIA DEL FLYING JUNIOR GALETTI E DI UNA FAMIGLIA DI APPASSIONATI DELLA VELA

Ben otto FJ di cui  sei FLYING JUNIOR GALETTI, costruiti tra il 1972 e il  1990,  tutti di legno,  tutti di cantieri famosi e tutti in splendida forma !

Carlo B. mi ha concesso di pubblicare alcune  pagine tratte dal suo ” Diario delle Barche ” una bellissima storia di una famiglia appassionata di vela.

Passo quindi il timone a Carlo quando aveva otto anni . . . .

MIAGOLA IL MIO PRIMO FLYING JUNIOR GALETTI

<< Avevo circa otto anni quando fui issato a bordo del dinghy del mio babbo,  fu così che iniziai a prendere confidenza con la barca; ogni volta  che era possibile veleggiavo con il mio babbo nel periodo delle vacanze estive.

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Poi  all’età di undici anni, il babbo e la mamma mi lasciavano andare da  solo fino alle boe, così  da poter controllare a vista quello che facevo.

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Passai al primo Flying Junior  Alpa  intorno ai 13 anni  ed insieme ad un mio compagno di scuola  decidemmo per gioco di partecipare alle regate, pur senza esperienza.

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In seguito  compresi che mi occorreva una barca più competitiva e che mi il mio desiderio era quello di avere un FLYING JUNIOR GALETTI;  mi serviva per partecipare alle regate al pari degli altri equipaggi.

Dissi al babbo di avere questo desiderio, cosa che  la mamma lo aveva già capito.

Anche loro si erano accorti che quegli scafi facevano la differenza.

Certo non si poteva comprare nuovo, ci sarebbe voluta un’occasione e l’occasione arrivò.

Un giorno il babbo  mi portò a Città Giardino a Viareggio,  il proprietario  ci mostrò la barca, che era nel suo garage, coperta con due teli  colore arancione un po’ sbiaditi, uno sopra e l’altro sotto.

Quando venne sollevato il primo mi brillarono gli occhi, era  un Galetti con la coperta  di un colore  biondo come il miele. 

Poi tolse il telo che fasciava lo scafo: era verniciato nero lucido con una bella fascia bianca caratteristica del cantiere.

Era bellissima ! 

Ci avevo lasciato gli occhi come fosse la cosa più bella del mondo.

Ancora ricordo quel momento e quanto ero emozionato.

Non so come il babbo riuscì a comprarla, non era un gran momento, ma lo fece lo stesso e me la regalò.

Subito informai Massimo per come ero contento. La barca fu portata al Bagno Vittoria  e venne subito armata.

Gli scafi Galetti presenti in Versilia erano tutti  molto belli  ma questo era davvero particolare.

Era l’anno 1974 avevo il mio primo FLYING JUNIOR GALETTI!

La barca si chiamava “Mimmina”  il nome non mi piaceva, avrei voluto cambiarlo ma non sapevo come.

Alla fine la mamma trovò la soluzione e disse : ” chiamiamola  MIAGOLA”.

Io  rimasi un po’ sorpreso e perplesso perché  non capivo la relazione tra  la barca e questo strano nome, ma la  mamma  dette la spiegazione:  siccome per avere questa barca è stato tutto un miagolio, le era sembrato giusto chiamarla “MIAGOLA”  e così  fu. 

La mamma che sapeva dipingere molto bene, armata di pennellino, realizzò a mano libera la scritta del nome  in corsivo sullo specchio di poppa al lato destro,  mentre a sinistra  pennellò il musino  stilizzato di un gatto che poi è diventato il mio logo.

Il Miagola aveva il numero velico FJ ITA 2633, costruita nel 1972 dal cantiere di Peschiera del Garda.

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Era  magnifica e con  il particolare della verniciatura nera lucida con fascia bianca  che era un azzardo per una barca di quattro metri, ma risultava avere un fascino particolare.

Ebbe inizio una nuova estate di regate; era giunto il momento di  provare il MIAGOLA.

Aveva un  passo straordinario, anche il suono dello scafo che scivolava sull’acqua era diverso,  si differenziava dal vecchio Alpa  per il timone morbido e reattivo e  lo scafo era  rigido sull’onda.

Dopo qualche anno mi capitò l’occasione  di comprare un secondo Flying Junior Galetti con il doppio fondo e la mamma mi costrinse a vendere il mio primo Galetti.

Questa barca è passata attraverso due proprietari, finchè dopo  circa quaranta anni  è tornata in famiglia !

Da anni sapevamo che al bagno King  sull’invaso sbiadito dal tempo, c’era il mio primo MIAGOLA; il telo sbiancato, due fortunali che avevano rotto in due punti il suo albero.

La barca per anni era stata sotto il sole da giugno a settembre esposta al libeccio e al maestrale sempre immobile sulla sabbia, come abbandonata.

Era stata verniciata di bianco con una fascia colore celestino sottobordo non sembrava  più  la stessa barca che il babbo mi aveva regalato.

Ci rimanevo male quando,  passeggiando in spiaggia, la incrociavo con lo sguardo, così che più di una volta avevo chiesto al proprietario se poteva vendermela.

Ma niente da fare, sempre la stessa risposta ogni estate.

Alla fine mi ero anche stancato e, quando passeggiavo in spiaggia lungo la battigia, spostavo lo sguardo, avevo la sensazione che la barca mi chiedesse aiuto, come chiedermi di riprenderla con sé.

Ma un giorno però mio fratello Francesco  mi disse che ci avrebbero venduto la barca!

Andammo sul posto e tolto il telo esaminammo la barca da vicino; ero perplesso ed a Francesco  dissi che io non me la sarei sentita  di recuperarla ; ovviamente non mi ascoltò, fece l’assegno e portò il  vecchio Miagola al Club Velico trainata a mano lungo la riva con suo figlio Federico a bordo.

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Iniziò una seconda vita di questo Flying Junior,  prima con dei piccoli  lavori di sostituzione ed  incollaggio del lamellare in mogano per fermare le fessurazioni create dal tempo, poi con un lavoro che ha visto impiegare colle epossidiche, vernici, viti, lamellare in mogano e tutto l’occorrente per riportarla il più possibile allo splendore originale.

Finalmente  restaurata tutto era pronto per il nuovo varo.

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Io mi  trattenni dal salire in barca e prendere il timone, preferii lo facesse mio fratello nonostante mi avesse invitato a farlo per primo ed ho guardato con emozione il MIAGOLA che nuovamente veleggiava.

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Per la barca era finita quella trascuratezza  cui  era stata sottoposta  e il tempo speso per sistemarla è stato da parte mia come un atto riparatore nei confronti di questa barca che avevo tanto desiderato da ragazzo.

In settembre il MIAGOLA ci fu chiesto da una casa di moda americana per realizzare un servizio fotografico al Forte dei Marmi.

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MIAGOLA II

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Il secondo Galetti venne costruito nel 1975, numero velico ITA 3397.

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Aveva caratteristiche diverse dal primo scafo, più possibilità di settaggio anche in navigazione, più performante con vento teso grazie alla mastra, aveva la regolazione della ghinda, delle sartie, insomma tutti aspetti del piano di coperta che ne facevano una super barca da regata.

Intanto la mamma mi fece notare che era un po’ troppo per un ragazzo della mia età avere due barche sulla spiaggia,  così mi convinse che fosse giusto vendere il mio primo MIAGOLA.

Del resto mi resi conto di essere sempre a bordo del MIAGOLA II e poi in inverno non sapevamo dove ricoverarle.

Non so in quei giorni se mi fossi mai  veramente pentito di averla venduta, forse in quel momento non ci avevo  pensato bene che magari l’avrei dovuta tenere per il fatto che era un regalo del babbo, la mia prima vera barca da regata . . . 

Il destino ha voluto però che tornasse a me dopo  40 anni !

Il nuovo MIAGOLA II era una novità assoluta per me, costruito  con il doppio fondo ed un piano di coperta moderno.

Negli anni successivi dovetti fare una riparazione alla coperta in prua, in seguito venne sostituita l’intera coperta con un nuovo foglio di compensato di mogano e fu  verniciato lo scafo nel suo colore originale.

Mi affidai ad una persona capace e con esperienza e la barca tornò ad essere come nuova.

Con questa barca ho regatato per molti anni in Versilia alternando vacanze e regate ogni volta che potevo.

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La barca aveva ancora l’armo originale del cantiere, albero e boma in legno e manovre originali.

Decisi  di trasformarla da armo classico in barca aggiornata da competizione, una trasformazione che nella sostanza ha rivisitato le manovre e le regolazioni, rendendola più competitiva.

 

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Dopo molto tempo l’ho messa in acqua nel 2013 in occasione di una nazionale a Porto San Giorgio che si svolgeva l’8 e 9 giugno.

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Spesso scendo in garage, tolgo il telo e la guardo: è bella, il mogano brilla e quasi temo si sciupi ad entrare in acqua.

La barca oggi ha 42 anni di vita ma so che continuerà a mantenere il suo fascino.

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Proprio in questi giorni ho terminato la  nuova verniciatura dello scafo nel suo colore bordeaux originale, ma ho colto l’occasione di verniciare quella fascia sottobordo che mancava tipica del cantiere, probabilmente perché cancellata dal vecchio proprietario.

A me pare più elegante e grintosa e nell’insieme si esalta ancora di più la bellezza di questo scafo.

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Dopo questa barca ho avuto un lungo periodo di pausa.

Il periodo della fanciullezza era finito,  avevo messo su famiglia ed ero preso dalla quotidianità del vivere.

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SANDOKAN

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. . . Quando volgevo lo sguardo verso la barca, non facevo altro che pensare alla mio primo Galetti  e a quando ne avevo due.

Forse la mia era solo una scusa ed accarezzavo l’idea di trovare un altro scafo da comprare dello stesso cantiere.

A marzo del 2004, il giorno 11 nacque mia figlia Francesca e quindi mi inventai la giustificazione mentale che in futuro avrei voluto lasciare a mio figlio maggiore Tommaso in dono il MIAGOLA II sul quale avevamo tante volte veleggiato e regatato insieme,  ma che altrettanto avrei voluto per mia figlia  Francesca.

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Sinceramente gli esemplari di questi Galetti  sono rari, difficili da trovare, ma il caso volle che a pochi metri da casa mia, precisamente a Sesto Fiorentino, un signore di nome  Leonardo  ne possedesse uno del 1976 uguale al mio.

Fissai un appuntamento domenica al suo circolo velico di Cecina. Arrivai puntuale al mattino, anche perché non vedevo l’ora di conoscere la barca.

Ci incamminammo verso un hangar umido e buio.

Un raggio di sole intenso squarciò l’ambiente quando le porte furono completamente spalancate e vidi tutta una fila di barche impilate una sull’altra.

Il Flying Junior era quasi in fondo sulla destra, terza fila in alto, lo avevo inquadrato subito, anche se coperto da un telo blu che però lasciava intravedere la fascia rossa sul fianco, tipica delle barche Galetti .

Leonardo mi domandò se  volevo vederla da vicino.

Adesso dico una cosa che può sembrare folle: avevo la sensazione di aver trovato quello che volevo, mi piaceva senza neppure averla ancora vista da vicino ed ero sopraffatto da una sensazione mista, tra l’idea che fosse già mia e la possibilità ed il timore che Leonardo  non volesse vendere la barca.

Per questo mi rivolsi a lui dicendo che avrei visto la barca solo se mi avesse dato parola di venderla.

Ebbene si, non potevo resistere all’idea di perderla. Mi disse un mezzo sì; “ ne parliamo da me a Sesto Fiorentino ”  e così rimanemmo.

Salii sull’impalcatura  fino alla  terza fila in alto, sollevai il telo blu.

I segni del tempo c’erano ed anche  l’odore inconfondibile della barca ferma da tempo.

Io avrei già voluto portare la barca a casa, come sentissi di non poterne farne a meno.

Ci incontrammo l’indomani , mi invitò nel suo ufficio, erano presenti il suo babbo e la sua mamma che dovevano convalidare la vendita.

Loro ponevano come condizione che  la barca in futuro fosse in mani buone, di una persona che ne avesse avuto gran cura, che la mantenesse nel suo colore originale, che fosse mantenuto il nome della barca e che tornasse a fare regate.

Era il 27 settembre del 2004 e firmai la compravendita.

Non avevo tutti i soldi in quel momento ma finalmente, quando fui pronto, con un camioncino in prestito andai a ritirare “SANDOKAN” a fine novembre.

Portai la barca alla casa del mare in Versilia e subito la armai per vedere come si presentava.

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In primavera feci la verniciatura dello scafo mantenendo i colori originali, cambiai le scotte e feci qualche modifica ripristinando la barca nelle sue manovre originali, tranne il punto di scotta del fiocco che era diverso da come di solito lo posizionavano in cantiere.

Nell’estate del 2005 la usavo prevalentemente per fare dei piccoli giri al largo ed uno dei primissimi giorni, se non il primo,  ho portato anche Francesca che era davvero piccola.

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Ero molto contento, la barca aveva l’aspetto vissuto anni’70 e sulla spiaggia in molti si fermavano ad ammirarla.

Poi durante la primavera del 2006 venne sostituita la coperta con un bel foglio nuovo di compensato marino in mogano fiammato.

La stagione successiva,  causa il permanere  della mancanza di barche e poche regate zonali per la classe FJ, ho iniziato come prodiere  nella classe FD numero velico ITA 85.

Ho partecipato a diverse nazionali, ma soffrivo per dolori alla schiena stando al trapezio e spesso avevo trovato situazioni di vento forte che metteva a dura prova il mio fisico.

Il mio desiderio, dopo l’esperienza  sul Flying Duchtman, era però quello di tornare al timone di SANDOKAN e così mi presentai nel Mugello, al lago di Bilancino con le vele nuove in occasione della prima regata nazionale in calendario.

Come prodiere avevo con me un ragazzo del loro circolo nautico .

Era il  maggio 2007, avevo l’armo originale,  il punto di scotta del fiocco lo avevo modificato e SANDOKAN era pronto per tornare sui campi di regata.

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Il vento non era troppo sostenuto, non mi dava pensiero ed il mio prodiere era ben preparato.

Gli avversari avevano tutti barche più recenti, alberi in alluminio da regata e  regolazioni di ogni genere, quali  lo spara-tangone per velocizzare le manovre con lo spinnaker.

Tra me e me dissi  “ staremo a vedere, si fa la regata al meglio e poi ci si conta in classifica” .

Erano due giorni di regata e alla fine, virata dopo virata si arrivò terzi sul podio.

Una grande soddisfazione, il “legno”,  nonostante i suoi 35 anni di vita , aveva fatto il suo mestiere.

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Da lì a breve entrai nel circuito delle regate nazionali e presi la decisione di ammodernare SANDOKAN con nuovo albero e boma in alluminio, montai il sistema spara-tangone, comprai un timone a pala fissa, montai dei paranchi per registrare le sartie, insomma lo armai come il suo fratello maggiore, il Flying Ducthman e lo trasformai completamente.

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MIAGOLA III

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Con SANDOKAN  e  il MIAGOLA II  avevo, come si dice, le barche nel cassetto, due scafi stupendi proprio come volevo.

Dei miei tre fratelli, Francesco è senz’altro quello che ha più attitudine per la barca mentre Leonardo il più grande, ha iniziato con me a fare il prodiere.

Non mi dispiaceva l’idea che Francesco avesse una Flying Junior tutto suo.

Può darsi che abbia un sesto senso nel trovare l’impossibile, ma sta  di fatto che nel  maggio del 2008,  la mia attenzione cadde su una inserzione di barche usate, tra le quali c’era in vendita un Galetti.

Ne parlai subito  a mio fratello che mi parve inizialmente perplesso.

Se avessi potuto l’avrei comprata io per primo, ma era giusto cedere il passo ed a me non restava che convincere mio fratello a comprarla.

Conduco la prima trattativa per telefono: il tizio della barca era di Bellaria vicino Rimini e con fare sicuro al telefono mi sconsiglia di partire senza una somma adeguata in tasca.

Non  avevamo neppure visto le foto della barca ma dalla sua descrizione  si capiva che la stima che aveva fatto era distante dall’effettivo valore.

Alla fine si prese un appuntamento e con fuga dal lavoro si partì il venerdì mattina del 16 maggio del 2008, direzione Bellaria con rimorchio al traino.

Finalmente si arrivò sul posto e dopo le presentazioni andammo a vedere la barca.

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Io davanti ad un FLYING JUNIOR GLETTI mi emoziono sempre: era stato costruito nel 1975,  scafo a doppio fondo colore rosso con fascia bianca.

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Lo stato di conservazione  della coperta  e del doppio fondo era tale da ritenere che per riportarla a nuovo occorresse anche l’aiuto di qualche artigiano del mestiere.

L’albero era annerito ma nell’insieme la barca c’era tutta, ovvero aveva tutte le parti originali di cantiere, quelle che contano cioè l’albero, il boma, il timone, il tangone e la deriva.

Io avevo già intravisto che poteva tornare ad essere più bella che mai, mentre Francesco era perplesso.

Intanto che mio fratello trattava il prezzo, io avevo già legato la barca sul rimorchio per portarla via.

La barca malconcia salutò  per l’ultima volta il suo vecchio proprietario; Francesco aveva comprato ALESSANDRA, numero velico FJ ITA 3215.

La barca venne portata per un primo intervento da un artigiano che le cambiò subito aspetto.

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Poi nel garage sotto casa durante l’inverno sistemai il doppio fondo, verniciatura di albero, boma, timone e tutto quanto per riportare la barca all’armo originale come quando uscì di cantiere.

A primavera furono ordinate le nuove vele e finalmente venne messa in acqua al bagno Marzocco di Marina di Pietrasanta nell’agosto del 2009.

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Mio nipote Leonardo aveva desiderio di avere la barca per così dire più simile al MIAGOLA II e considerato che il nome Alessandra non gli era di gradimento, preparai la scritta bianca MIAGOLA III e così fu accontentato nel nome.

La prima uscita fu una vera emozione perché la barca era tornata un gioiello; coperta in mogano fiammato, lo scafo color champagne con fascia bianca.

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L’effetto visivo era stupendo, una barca “vintage” a tutti gli effetti e con l’occasione, a ricordo di quel giorno, misi in acqua il SANDOKAN con me al timone insieme a Francesca, mentre Leonardo era prodiere a bordo del MIAGOLA III con Francesco al timone.

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Così scattai alcune  foto mentre le  barche bordeggiavano con eleganza.

Immagino lo spettacolo visto dalla spiaggia.

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SCHEGGIA   IL VAN DUSSELDORP

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Quando sembrava di  essere a posto con le barche, mi capita di trovare in vendita un Flying Junior costruito nel 1973 dal cantiere olandese Van Dusseldorp,  era il luglio 2012.

 Il proprietario era un ragazzo tedesco che l’aveva comprata di seconda mano.

Quando vidi le foto della barca sulla mia mail, ne rimasi affascinato da come mi piaceva.

Questo cantiere Olandese costruiva gli scafi lo a faccia-vista in mogano , mentre gli interni  sono in Okumé che è di un colore più chiaro; questa è proprio una loro caratteristica.

L’albero  era da competizione e le vele un po’ vecchie.   

Il desiderio di comprarla era più forte di me, ne parlai con entusiasmo ai miei fratelli e siccome quel ragazzo veniva in Italia per gli europei ad Arco sul lago di Garda, mi disse che se l’avessi comprata l’avrebbe portata in Italia .

Ma come potevo comprare una barca senza prima averla vista di persona ?

Andavo a sensazione, così, fissato il prezzo ed agganciato il rimorchio all’auto, partii per il Garda il 15 luglio del 2012.

Quando arrivai nel piazzale destinato al parcheggio dei rimorchi, la vidi subito.

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Il proprietario nel frattempo non era al circolo ma arrivò poco dopo.

Intanto avevo già  sollevato il telo per dare una sbirciatina:  bellissima, non curata, poca vernice, un parte della attrezzatura da sostituire, ma la barca era originale in tutte le sue componenti e per me questo valeva molto.

Mentre accarezzavo la barca, dal bottazzo una scheggia si infilò nella mia mano.

Con l’acquisto di questa barca, secondo me, avrei avuto tra le mani un pezzo di storia dei Flying Junior,  in quanto il cantiere è sempre stato di alto prestigio.

La barca portava il numero velico GER 274 ed era anche stampigliato a fuoco sul doppio fondo al centro della barca, ma non aveva un nome.

Quando ho volturato la barca in Federazione Vela, mi  è stato assegnato il numero velico ITA 3836, ( numero velico  risultato errato in attesa di sostituzione )  mentre per il nome mi sono ispirato all’episodio accaduto sul Garda, cioè di quando, appena arrivato, nell’accarezzare il bottazzo della barca,  una scheggia si infilò nella mia mano ; fu così che la chiamai “SCHEGGIA”.

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Nell’estate del 2012, durante le ferie, ho impegnato il tempo libero per sistemare la barca , così comprai dell’attrezzatura nuova e tutto il materiale occorrente perché fosse ben equipaggiata.

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Tra l’altro ho scoperto in seguito che la targhetta seriale della YURU affissa a poppa, riportava con mia sorpresa il numero 3.

Oggi la barca si presenta  completamente riverniciata e con tutta l’attrezzatura di coperta  sostituita. Ho fatto anche dei lavori di falegnameria interna e il risultato  mi soddisfa.

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OBELIX e ASTERIX la coppia di FLYING JUNIOR GALETTI

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Nel  Luglio del 2013  venni a sapere che  un signore di Roma  vendeva tre FLYING JUNIOR GALETTI  a stock.

Telefonai incuriosito, le barche erano effettivamente tre ed acquistabili anche separatamente.

A seguito mi feci mandare alcune foto; una barca si vedeva bene che era stata  ricondizionata, le altre due si presentavano un po’ male .

Mio fratello preso ormai anche lui dalla frenesia dei FLYING JUNIOR GALETTI  vintage  fece la sua parte nel trattare il prezzo al telefono ed alla fine si decise di comprarle.

L’idea era  di sistemarne una ed usare l’altra per eventuali parti di ricambio .

Con l’approssimarsi delle ferie estive ci demmo appuntamento telefonico per settembre per definire l’acconto e il ritiro delle barche.

Giunti a settembre  dovevamo riprendere contatto  per le due barche di Bracciano, così a seguito dell’accordo telefonico inviammo un acconto ed accennammo  una data per il ritiro entro la fine di ottobre.

In una successiva telefonata il proprietario mi confidò di avere dei problemi di salute e che appena si fosse ristabilito, ci avrebbe chiamato per andare a ritirare le barche.

Trascorse del tempo, non ci furono notizie e temevo per la salute di questo signore  di nome Massimo.

A mio fratello spiegai la questione ed aggiunsi che  ritenevo perso l’acconto; forse era meglio così visto che le barche non sapevamo neppure in che condizioni le avremmo trovate a distanza di tempo.

Ma Francesco recuperò  l’indirizzo mail del proprietario e gli scrisse che  restavamo in attesa di  sue notizie.

A metà novembre, squillò il telefono: un suo amico ci comunicava  che  Massimo non c’era più.

Fu un attimo di smarrimento, non sapevamo  cosa dire ma il signore al telefono ci disse che  la volontà di Massimo era di vendere le barche per  destinare il ricavato alle attività del suo circolo velico.

In una giornata piovosa si partì per il lago; nemmeno il tempo di vederle bene perché a causa pioggia che veniva dovemmo affrettarci per caricarle e legarle in tutta fretta.

Un pranzo veloce con l’architetto romano di nome Fabrizio, qualche parola in ricordo di Massimo che avevamo conosciuto solo al telefono e subito dopo prendemmo la strada del ritorno.

Portai le barche alla casa del mare perché volevo esaminare bene in che stato erano e cosa avevamo realmente comprato .

Una delle due era  più malconcia al punto di dubitare di poterla recuperare , l’altra invece  sembrava migliore.

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Purtroppo mi accorsi che mancava tutta la ferramenta completa del piano di coperta,  pezzi originali di cantiere.

Portate le barche a Prato, iniziai a catalogare i pezzi ritrovati, quelli mancanti, le parti da ricostruire e così via.

Era già febbraio e le barche furono portate alla casa di collina fuori Prato dove avevamo uno spazio aperto agevole ed una tettoia per avere un po’ di riparo.

Iniziai a lavorare  su  OBELIX, la barca messa meglio.

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Pulizia del doppio fondo, rifacimento della coperta e dello specchio di poppa,  verniciatura intera della barca, albero, boma, deriva , ricostruzione del timone ecc.

Ormai avevo fatto pratica e per ogni lavoro sentivo che me la potevo cavare da solo.

Poi in garage iniziai a posare la ferramenta delle manovre, sartie, fiocco, deriva, trasto randa ecc.. fino ad arrivare ad un buon punto ma tutto sembrava non terminare mai.

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Facevo continuamente la spola tra  Viareggio e Carrara nei negozi di nautica dove abitualmente mi servo, c’era sempre qualcosa che mancava.

Nel frattempo Francesco mi disse che le barche non erano più di suo interesse ed aveva deciso di abbandonare  il progetto di recupero.

Mi consigliò di tenerne una, dell’altra  si sarebbero presi alcuni pezzi di ricambio  e poi si sarebbe  smaltita.

Io non potevo fare morire un Galetti già ferito e decisi di iniziare un parziale recupero per capire come e se si potesse procedere.

OBELIX era stato terminato a Luglio 2014, mentre ASTERIX nel dicembre dello stesso anno perché necessitava di maggiori interventi per i quali incontrai non poche  difficoltà.

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Il 15 ottobre in una giornata che non posso dimenticare, portai OBELIX al mio club velico, l’ho armai e lo misi in acqua.

La barca ricominciò a veleggiare in mare sotto il vento teso con andatura di bolina,  poi lasco e poppa.

Una bellezza, scafo bianco e fascia blu genziana facevano brillare ancora di più il mogano.

OBELIX scoprii poi che  in realtà si chiamava in precedenza “MAGOO II “ anno di costruzione 1975  numero velico FJ ITA 3266 ,  ed era presso la Compagnia della Vela al Forte dei Marmi.

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Quindi poi finì a Figline Valdarno, in seguito a Bracciano ed infine ritornò a pochi metri da dove era stato cioè a Marina di Pietrasanta.

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ASTERIX, costruita nel 1974, numero velico FJ ITA 3176 era presso il Circolo Fraglia Vela a Desenzano ed è stata interamente recuperata  e per la prima volta ha veleggiato nell’ estate 2015.

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Questi due scafi li ho mantenuti interamente così come erano  in origine.

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Ma vorrei tornare al momento in cui misi in acqua Obelix.

Intanto un pensiero a Massimo che non ho mai conosciuto,  ma che sono certo fosse appassionato quanto me di questi  scafi costruiti da Galetti;  voglio immaginare che dall’alto possa aver avvertito la mia stessa emozione  quando ho stretto il vento tra le vele per la prima bolina e che sia rimasto contento del lavoro fatto.

Devo dire senza vergogna che per un attimo ho rivissuto quell’emozione che ebbi nel tenere il timone  del mio primo FJ, mi sentivo un ragazzino come allora: questa volta ero al timone di una barca che avevo fatto rinascere e la sensazione era magica; la barca venne armata come lo era nel 1975,  un salto indietro nel tempo, con i miei ricordi e con le tante emozioni vissute al timone.

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Forse non ho solo una semplice passione, ma qualcosa di più dentro di me, perché  così come da ragazzo ho sentito forte il desiderio di avere il mio primo FLYING JUNIOR GALETTI,  mi sono poi  sempre rigenerato ogni volta che ho messo in acqua una di queste barche e fissato nella memoria la storia, le avventure, le regate, il passato e il presente di ognuna di loro.

Vorrei tanto  che la vita di queste barche non finisse mai, per continuare la loro storia, per mettere il vento nelle vele e la prua verso l’orizzonte.

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Chi terrà  la barra del timone tra le mani sentirà vibrare l’anima di ognuna di loro: le barche ti parlano, raccontano e  daranno  ancora tante emozioni.

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LA SCUOLA DI VELA

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Mario è stato il mio maestro, non ho avuto altra scuola di vela se non lui.

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Mi raccontava sempre di quando, in gioventù, aveva fatto il  marinaio in marina,  alla base militare di La Spezia,  poi  aveva preso il brevetto di bagnino per lavorare in estate, mentre in inverno  eseguiva lavoretti in proprio  come  muratore e giardiniere.

Il mio babbo aveva bisogno  di un uomo tuttofare per curare i propri interessi e fu così che Mario entrò a far parte della  nostra famiglia anche come persona di fiducia.

Lui mi insegnò prima come si portava il Dinghy e poi il primo Flying Junior Alpa.

Oltre il Dinghy, se devo essere sincero, ho imparato anche grazie ad un modellino a vela.

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Infatti  il mio babbo non so come, ne aveva uno; si trattava di un cutter  ricavato da un unico tronco di legno scavato al suo interno e modellato a mano nelle sue linee d’acqua; era la barca giocattolo dei bambini viareggini negli anni ’50 e Mario mi raccontava di quando nel canale della Burlamacca, nel porto di Viareggio,  venivano organizzate per gioco delle mini regate di questi modellini.

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Si metteva il timone a segno, si regolavano le vele  e via  pronti per la partenza.

Così  nel vicino fosso  Motrone che sfociava a pochi bagni dal nostro,  mi divertivo a mandare questo modellino da un lato e dall’altro del fiume, provavo le diverse andature, perfezionavo  il lasco, la bolina, la poppa, insomma stavo imparando  in piccolo le andature che mi sarebbero servite poi nella pratica della vela.

Al fiume ci passavo le giornate e quando  i bagnanti vedevano  un ragazzino armeggiare con quel modellino, si fermavano incuriositi, tanto era insolito vedere un giocattolo del genere.

A volte  provavo  il mio cutter anche in mare dove faceva bella figura di se e dal pattino, insieme al babbo, lo si seguiva mentre veleggiava.

La barchetta era velocissima:  addirittura capitò un giorno quando per un attimo  ebbi paura di perderla in mare aperto, ma tutto finì bene e si riuscì a recuperarla.

Nel tempo il modellino, che ho sempre considerato la mia barca scuola, l’ho riparato, gli ho costruito un nuovo albero, il bompresso, l’ho verniciato e gli ho cucito  le vele nuove tutto da solo.

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Poi arrivò  il giorno in cui decisi di regalare la barchetta  a mio figlio Tommaso, era l’estate del 1998.

Così come il babbo l’aveva data a me molto tempo prima, adesso avveniva un passaggio di testimone alla nuova  generazione.

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Il resto l’ho imparato da solo nel tempo,  con il modellino  giocavo, imparavo e non vedevo l’ora di avere una barca tutta mia, appunto il mio primo  FLYING JUNIOR GALETTI . . .

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Ma la storia prosegue . . . IL RADENTE

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Forse non ho solo una semplice passione, ma qualcosa di più dentro di me, perché  così come da ragazzo ho sentito forte il desiderio di avere il mio primo scafo Galetti,  mi sono poi  sempre rigenerato ogni volta che ho messo in acqua una di queste barche e fissato nella memoria la storia, le avventure, le regate, il passato e il presente di ognuna di loro.

Vorrei tanto  che la vita di queste barche non finisse mai, per continuare la loro storia, per mettere il vento nelle vele e la prua verso l’orizzonte.

Chi terrà  la barra del timone tra le mani sentirà vibrare l’anima di ognuna di loro: le barche ti parlano, raccontano e  daranno  ancora tante emozioni.

Ultima arrivata, come molti ben sanno e’ ITA 3745 , costruzione Federico Radente, anno 1990.

Avevo visto questa barca nel maggio 2007 per la prima volta  ed in occasione della regata  di Bilancino conobbi il proprietario; rimasi affascinato dalla maestria con la quale l’artigiano aveva realizzato questo scafo.

Voglio ricordare che Federico Radente ha lavorato con Erasmo Silenzi nella costruzione dei mitici Flying Dutchman degli anni  ’70.

Erano barche ricercate nei materiali di primissima scelta e curate nei dettagli.

Carlo Croce partecipò alle Olimpiadi di Montreal con il Flying Ducthman costruito proprio da loro.

All’interno dello scafo,  Federico Radente ha lasciato scritta a lapis la data  del giorno in cui iniziò la costruzione di questo scafo: il 17 novembre  1990.

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Nella sua vita ha realizzato circa 9 scafi e questo è uno  di loro.

Un giorno il proprietario mi chiamò per dirmi che l’aveva messa in vendita: io lo ringrazio ancora oggi di aver scelto me per la passione e la cura che ripongo in queste barche.

Sapeva che non avrei mancato di rispetto alla barca  e nemmeno all’artigiano che sapientemente l’aveva costruita;  io ci tenevo molto e ancor di più oggi, per me questa barca è un pezzo importante della storia cantieristica Italiana per il prestigio e la storia di Federico Radente.

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Con questa barca, da me sistemata e riverniciata, ho potuto  partecipare ai Mondiali di Portorose.

Sono stati giorni meravigliosi  dove alla fine della ultima prova ho trattenuto il pianto e guardando il cielo ho mandato un saluto ai miei genitori  chi mi hanno permesso di scoprire la vela, mi hanno seguito fin da piccolo, ma anche lasciato veleggiare da solo: così è iniziato il sogno più bello.

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Queste barche  rappresentano una collezione degli scafi costruiti  dagli anni ’70 e sono anche il frutto di una passione cresciuta in me, nata da  bambino, quando pur di non remare sul mio piccolo canotto, montavo una sorta di velatura costruita con i  sacchetti della spazzatura e canne di bambù, così da farmi spostare dal vento.

Quel vento che mi soffia sempre nel cuore mentre con un sorriso ricordo me stesso, il primo giorno su ognuna di queste barche.

Con questo piccolo racconto non si perderà la memoria storica di ognuna di loro, e chi non condividerà la mia passione nel veleggiare, potrà comunque emozionarsi  con questa lettura e capire lo stretto legame che ho con le mie barche.

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Alla fine della storia però  un dubbio mi viene: non so dire se sono stato proprio io per primo  a cercare queste barche, o se queste hanno trovato me.

Forse tutto non è stato un caso, qualcosa nel mio destino probabilmente esisteva fin da piccolo e come per un bambino per me questa favola è stata la mia vera storia.

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Carlo

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LA FLOTTA  FJ

 

 

MIAGOLA        anno costruzione 1972    Cantiere Galetti Peschiera del Garda     FJ ITA 2633

MIAGOLA II     anno costruzione 1976   Cantiere Galetti Peschiera del Garda    FJ ITA 3397

SANDOKAN      anno costruzione 1976   Cantiere Galetti Peschiera del Garda    FJ ITA 3361

MIAGOLA III   anno costruzione 1975   Cantiere Galetti Peschiera del Garda    FJ ITA 3215

SCHEGGIA       anno costruzione 1973    Cantiere Van Dusseldorp       Olanda      FJ ITA 3836

OBELIX            anno costruzione 1975    Cantiere Galetti Peschiera del Garda     FJ ITA 3266

ASTERIX         anno costruzione 1974    Cantiere Galetti Peschiera del Garda     FJ ITA 3176

Felix The Cat   anno costruzione 1990    Cantiere  Radente Porto San Giorgio      FJ ITA 3745

 

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